Belli, ospitali, ma poco organizzati…

Sono appena tornato da una bella mostra-mercato di fiori e piante, in un bellissimo posto, Villa Pernis, in un bel paesino, Milis, in provincia di Oristano. Peccato per l’organizzazione: quella, davvero, non è stata “bella” !
Parlo da visitatore e mi dispiace non poco dover mettere in evidenza gli aspetti negativi, per un’iniziativa lodevole e che, da diversi anni, rappresenta un appuntamento a cui non rinunciare, anche per quelli – come noi – che provengono da 100 km di distanza; ma sono sicuro che l’esempio possa essere perfettamente calzante, per migliorare tantissime altre manifestazioni, dove dovessero presentarsi gli stessi problemi.
Il giardino della Villa, organizzato con tanti espositori di fiori e piante meravigliose, alle 11 era già pieno di visitatori e non si riusciva, quasi, a camminare.
Come spesso capita, il cartello indicatore del “punto ristoro” (confesso che alle fiere è il luogo che maggiormente attrae anche me) e ancora di più una serie di cartelli indicatori con su scritto “Zeppole”,facevano da piacevole controcanto a tanta fantasia di colori e profumi naturali… Le ghiandole salivari mie e di altre trecento persone, hanno immediatamente innescato il via ad una processione verso il luogo in cui la frittura sarebbe dovuta essere presa d’assalto. Immaginiamo la delusione quando, arrivati davanti all’ultimo cartello con scritto Zeppole, ci siamo trovati di fronte ad un gazebo chiuso… e quando, alla domanda, lecita, di come mai non ci fossero le zeppole promesse, la risposta è stata “non ci hanno portato la pasta…”
Verso l’una siamo andati al punto ristoro dove avevamo visto delle graticole e la proposta di un piatto di pasta e salsicce arrosto, oppure, un gradito panino. Nei tavoli c’erano già una cinquantina di persone sedute senza nulla da mangiare; davanti alla vendita dei buoni pasto, una ventina di persone in fila e, sulle graticole, qualche pezzo di carne e un paio di rotoli di salsiccia ancora da cuocere.
Nulla da aggiungere a questo episodio che mi fa pensare che, se non si migliora da queste piccole, ma importantissime cose, non potremo mai ambire alle grandi opportunità. Tutto qua.

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Diventiamo tutti contadini !

Procedure, metodi, modelli, strutture, pianificazioni, strategie, funzioni, progetti, programmi… Non ne posso più!
Non ne posso più di quanto la si faccia complicata per tutto: per realizzare un’idea, per portare a termine un progetto, per presentare una proposta, per contribuire al miglioramento della nostra società, per lavorare… La complessità è diventata un’arte, parte integrante del nostro sistema e, ormai, si passa più tempo a preparare gli schemi ed i modelli che dovranno verificare il buon funzionamento di un’idea, rispetto a quanto ci voglia realmente per compiere il lavoro. E per tutte queste belle fasi, si spendono e spandono tanti bei soldoni.
Strateghi, consulenti (non certo sardi, perché un consulente non può che “ESSERE DI FUORI”), manager, che passano il tempo a controllare incomprensibili procedure, inconsapevoli, forse (ma anche no), che gli stessi processi, sono molto più lunghi rispetto al fare…
Ecco, l’ho detto! E sono qui per affermare, anzi, urlare che non siamo più in grado di sostenere un sistema dove si perde tempo a valutare, analizzare, addirittura inventare attività, per idee e lavori che dovrebbero essere immediatamente realizzati con maggior semplicità e serenità.
Mi viene da pensare che ci troviamo, ormai, in una situazione in cui sosteniamo strutture e costi per giustificare questi “modelli” e non pensiamo che il poco tempo e i pochi soldi che abbiamo a disposizione, debbano essere utilizzati per fare. Punto!
Un contadino, se decide di coltivare pomodori, credo debba avere un terreno, lo debba arare, procurarsi le piantine di pomodoro (oppure i semi), piantarle nel periodo giusto, innaffiarle e aspettare. Ogni tanto pulire la terra dalle erbacce, e controllare che le sue piante non si ammalino. Al tempo giusto, poi, raccoglierà i frutti del suo lavoro.
Ecco; facciamo più semplice tutto. E se mi sono espresso in modo troppo “complesso”, scusatemi: sono anch’io una vittima del sistema!

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Facebook vale con le nostre informazioni…

Tempo fa sono stato invitato a creare una pagina su Facebook perché “ormai bisogna esserci”; ad aprire un canale su YouTube perché “ormai tutti vogliono vedere chi sei e cosa fai”; a scrivere su un blog perché “ormai bisogna esprimere pubblicamente le proprie opinioni e soprattutto ricevere commenti”. Confesso che questi mesi sono stati molto intensi, per tanti motivi che vi risparmio, ma questa esperienza, oggi, mi ha fatto riflettere e, per certi versi, alzare anche bandiera bianca. Credo di non farcela più! E credo di conoscerne anche il perché.
Per ora mi soffermo “soltanto” su Facebook: lo strumento è sicuramente eccezionale, per la diffusione che ha avuto e che ancora ha, per la velocità con la quale riesce a diffondere le informazioni e, soprattutto, per le possibilità di esternazione che riesce a dare anche a chi, fino ad oggi, non aveva avuto altro modo di esternare. Ne avevo già parlato in un articolo precedente (vedi Movidi 1-9-2011), ma oggi mi sento di aggiungere che ci vuole una quantità di tempo e di energie, per star dietro anche solo ad una decina di amici, che sinceramente non credo siano in molti a possederne, almeno per quelli che come me hanno un lavoro da seguire…
Mi fa, poi, sorridere non poco la grande euforia che i Brand riversano sui Social Network, in primis appunto su FB. Potrei sapere il nesso che c’è tra una marca di detersivo e la richiesta di essere “seguito su FB”, o di essere cliccato su “mi piace” per avere più amici ? Dovrei dedurre che anche per un detersivo avere un numero indeterminato di amici ha un valore ? Ed a chi ha cliccato “mi piace”, che tipo di soddisfazione o vantaggio può dare? Per il brand detersivo avere molti amici può significare un modo veloce di raggiungerli per qualche campagna promozionale o informativa, ma non stiamo forse, come al solito, inquinando gli spazi con elementi che poco hanno a che fare con il contesto originario ? Sono sicuro che FB sia un mezzo eccezionale per raggiungere in fretta e senza particolari investimenti un gran numero di utenti interessati a particolari argomenti, che magari desiderano condividere dei video o brani musicali, essere invitati ad una festa o semplicemente sperimentare una nuova ricetta. Credo anche, però, che la deriva che FB sta prendendo con il contributo dei Brand, sia generata da quel valore, esagerato, che il signor Zuckerberg ha presentato per la quotazione in borsa. E quel valore, ahimè, sono le informazioni. Le nostre.

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Mi piacerebbe…

Stavo ascoltando un telegiornale e sono rimasto colpito da un’intervista fatta ad un esponente politico americano che denunciava una situazione, ormai cronicizzata, in cui versa il Parlamento Americano vittima del potere delle lobby. Praticamente le lobby, che rappresentano solo il 2% del paese, condizionano l’80% delle leggi e dell’attività del Parlamento. In buona sostanza, il 2% controlla tutto!!!
Cosi i miei pensieri sono passati da un paese ad un altro: il nostro, dove le piccole e medie imprese compongono il 95% del tessuto produttivo italiano, senza avere voce e forza per guidare chi ci governa, mentre il 5%, rappresentato dalla grande industria, controlla e governa le scelte e le decisioni in termini di politica economica del paese.
Non voglio parlare di politica; anzi mi piacerebbe, moltissimo, che si potesse vivere in un paese, in una regione, in una città dove, per lavorare, non fosse necessario occuparsene né, addirittura, fosse indispensabile conoscere, anche personalmente, presidenti, consiglieri, assessori, dirigenti, funzionari politici di qualsiasi colore.
Mi piacerebbe vivere dove, l’unica possibilità, non fosse rappresentata da gare o bandi regionali, comunali e provinciali, ma – al contrario- dove ci fosse un tessuto primario e secondario funzionale alle caratteristiche del territorio, coerente con le possibilità di sviluppo e che, naturalmente, richiedesse beni e servizi propri del terziario.
Mi piacerebbe lavorare in un sistema semplice, fatto di domanda e offerta, dove le leggi fossero quelle del libero mercato e del libero scambio; un sistema dove, se proponi un bene o un servizio, questi possano essere acquistati in virtù di reali bisogni e necessità.
Mi piacerebbe, soprattutto, che tutto il tessuto imprenditoriale (quel poco che c’è ancora) si sostenesse con le proprie forze e non dipendesse, come invece fa, dalle forze politiche e dalle sue leggi di incentivazione.
Un mio amico bresciano, che fa un lavoro simile al mio, un giorno mi ha detto: “…ma lo sai che io non so nemmeno come si chiami il Sindaco della mia città…?”.
Ecco! Mi piacerebbe che il Sindaco della mia città, con tutto il rispetto, fosse anche a me sconosciuto.

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Chi può fare…faccia.

Un amico che commercializza ed installa complementi d’arredo per esterni, mi raccontava che due suoi clienti, dopo una trattativa durata molti mesi, raggiunto un accordo per l’installazione di quanto richiesto, al momento della firma del contratto e con il metro in mano, gli hanno detto senza remora alcuna: “veramente ci abbiamo ripensato, non siamo sicuri di poterlo fare, ci dispiace…”.
Ho sempre pensato che i segnali deboli, rispetto a quelli forti, siano da tenere maggiormente in considerazione e che, la loro lettura, consenta di tastare la temperatura di un particolare momento ed in questo caso ho percepito, con molta chiarezza, che nelle decisioni dei due clienti del mio amico ci fosse una certa paura nel futuro , una sfiducia nel sistema economico che potrebbe cambiare ogni eventuale scelta fatta oggi, in un flop di domani.
Però mi chiedo se questa sia la soluzione corretta, se la chiusura della borsa (quella della spesa, perché dell’altra non ne sono competente anche se ne auspico una sana e radicale ristrutturazione) possa risolvere il problema o, peggio, possa accelerarlo nella sua degenerazione.
Siamo stati cresciuti in un periodo in cui si comprava qualcosa solo se era necessario e se ce lo potevamo permettere; erano lontani dai nostri modi abituali, utilizzare pagamenti rateali o finanziarie, per sostenere spese voluttuarie di ogni genere. Credo che quei tempi fossero più sani sotto tutti i punti di vista, mentre ora, a causa forse dell’eccessiva famelicità dei grossi gruppi finanziari e delle multinazionali, si è ormai consumato tutto il consumabile.
Sicuramente un eccessivo carico di fiducia nel nostro sistema economico non sarà la strada più giusta, esagerare nell’ottimismo servirà a poco, ma credo anche che un eccessivo carico di sfiducia, la paura di fare, soprattutto per chi “può” fare, sia un atteggiamento che potrebbe portare, molto più velocemente, ad una crisi nella crisi.

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A proposito dei “buoni padri di famiglia”…

Oggi non sono di buon umore. Forse non lo sono da un bel po’; sicuramente da quando mi sono reso conto che il motivo per cui ci troviamo, ora, nella situazione che noi tutti conosciamo, è causato anche dalla mancanza di decisione.
Prendere decisioni sta alla base della nostra vita ed è un processo che avviene in ogni contesto ed ogni giorno: si prendono decisioni in famiglia, nel luogo di lavoro, nello svolgimento di uno sport, di un hobby, ed ovviamente le decisioni possono essere giuste o sbagliate.
Ma oggi ho preso atto che il problema non è determinato dal decidere in modo giusto o sbagliato, ma dal non decidere.
Moltissime “cose” sono ferme, bloccate, scadute, non solo per la totale mancanza di presa d’atto da parte di chi ha il potere di gestirle, ma soprattutto per l’inerzia di chi potrebbe farle “muovere” e, volutamente, le lascia ferme.
E cosi, in questo sistema, tantissime iniziative avviate muoiono, e quella da avviare non nascono neppure; ma la cosa più sconfortante e triste sta nel non aver previsto punizioni per comportamenti così deleteri.
Mi ricordo che il codice civile in diversi articoli, nel promuovere la buona condotta da tenere nella gestione dei beni propri ed altrui, utilizza la metafora “con la diligenza del buon padre di famiglia”, proprio al fine di esprimere come gestire e salvaguardare, nel migliore dei modi, i propri interessi e quelli altrui.
Non sono di buon umore perché ogni giorno vedo comportamenti, o non ne vedo, che bloccano il sistema, rendendolo sempre più lento, più ricattabile, più farraginoso,in una parola sola: sempre meno libero!
Ecco! Abbiamo bisogno di “buoni padri di famiglia”, ovunque, non solo nelle nostre case, per provare a uscire da questo torpore, da questa situazione dove nessuno è responsabile di nulla nel far di tutto per lasciare tutto fermo, facendo scorrere le cose per la loro direzione che, spesso, non è quella giusta.

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Ho fatto un sogno…

Prima di prendere l’aereo per visitare la prima fiera (vedi Movidi di venerdi scorso) di quest’anno, ho fatto un sogno: stavo leggendo su internet una serie di bandi di gara regionali, provinciali e comunali per partecipare ad altrettante attività di comunicazione.

L’’ideazione di una campagna pubblicitaria per l’immagine della Sardegna, la realizzazione di un canale video per la promozione delle risorse culturali e turistiche del nostro territorio, la progettazione di un logo per i prodotti di qualità del settore enograstronomico, lo studio di un portale internet per la promozione degli eventi in Sardegna…

Per tutti questi bandi, erano stanziati parecchi fondi, centinaia di migliaia di euro, in alcuni casi anche milioni, e per tutti era necessario, come condizione, l’aver fatturato, negli ultimi tre anni, un importo pari a tre volte la base d’asta…

Chissà quante poche Società Sarde avranno questi requisiti, chissà quante società nazionali ed europee si precipiteranno per accaparrarsi queste “piccole” fette di torta, appena sufficienti per calmare i loro grassi e grossi stomaci affamati…
E’ successo, succede e continuerà a succedere.

Ma il sogno aveva una lieta sorpresa!
Da quest’anno, il 2012, anno in cui accreditate civiltà del passato prevedono la fine del mondo, incomincerà una nuova era per ogni gara bandita dalla nostra terra con Statuto Autonomo.
Sarà pertanto riservata, per ogni gara vinta da aziende non sarde, una quota di lavoro destinata ad Aziende Sarde operanti su territorio. Sempre.

Perché del resto è giusto che, nel momento in cui si utilizzano risorse locali, queste debbano essere re-distribuite localmente, come è pure giusto che anche le nostre aziende siano coinvolte nella realizzazione di prodotti e servizi per le quali non sono seconde a nessuno; e sarebbe ancora più giusto che, ogni tanto, ci comportassimo finalmente in modo da proteggerci da invasioni poco gradite.

Ma per la Comunità Europea questo non è giusto, infatti non si può garantire ad un solo tipo di soggetto (la società appartenente al territorio), una parte della gara.
Bisogna garantire la pluralità della partecipazione. O, per lo meno, così mi sembra che sia.

Ecco perché era solo un sogno, e tale rimarrà!!!

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Fiera…Fieri.

Sto rientrando dall’ennesima fiera e, come visitatore, è più di vent’anni che partecipo a questi “concentrati” di aziende e marchi !
Mentre facevo la pausa per un panino, guardavo gli stand dall’alto della balconata, una visione privilegiata per capire come fossero realizzati e ordinati, su mappe di forme regolari di varie dimensioni.
Inutile raccontarvi con quale cura e soluzioni creative siano realizzati, con quale precisione i cavi elettrici siano nascosti alla vista e con quale attenzione siano posti in sicurezza, quali giochi di luce i fari combinino con i pannelli ed i teli tralucenti, come le strutture portanti vengano elegantemente nascoste da coperture milleusi.
La pausa relax del visitatore, stanco per definizione, viene curata da una ristorazione completa e ben distribuita con i servizi igienici sempre puliti ed efficienti, e gli espositori possono lavorare con tutta la tranquillità necessaria e soprattutto con una rete wireless ben coperta ed efficiente.
Visitare una fiera, nonostante sulla rete si possa trovare tutto, è ancora un fatto fondamentale per ogni tipo di attività, perché vedere, toccare, provare, parlare, confrontarsi, sono tutte esperienze che aiutano a capire ed immaginare ciò che nessun sito internet potrà mai permetterci.
Ed oggi che le idee, le tradizioni ed i luoghi rimangono le poche risorse economiche non riproducibili low cost, un appuntamento per vederle e viverle da vicino è l’unico modo indiscutibilmente efficace per conoscerle ed apprezzarle.
Così non ho potuto fare a meno di pensare alle nostre fiere, poichè spesso mi è capitato, purtroppo, di parteciparvi come espositore…
E mi son sempre chiesto se chi sta sulla “plancia di comando”, ed ha il meraviglioso potere di cambiare le cose, ne abbia mai visitato una come le numerose presenti in Italia ed in Europa; perché, credetemi, se l’avesse fatto, non potrebbe sopportare le condizioni in cui osano proporsi le nostre.

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La chiavetta USB…

Ad un incontro di lavoro, due giovanissimi clienti mi hanno raccontato che, durante una festa in discoteca (under 18) con un noto DJ del luogo, un ragazzo, colpito piacevolmente dalla selezione musicale proposta, si è avvicinato alla consolle ed ha sguainato la sua chiavetta USB dicendo “ehi, bella musica questa che stai mettendo! Non è che mi ci riempi la chiavetta ?”.
Tralasciando la risposta fin troppo educata del DJ, che ha comunque glissato continuando a fare il suo lavoro, il concetto che subito mi è saltato addosso e che ho ribaltato ai miei due interlocutori è stato proprio quello del “tutto gratis”.
Ho portato loro l’esempio di come stiano crescendo i nostri figli, immersi in un mondo dove si può trovare ed avere tutto, convinti che qualsiasi cosa si possa cercare e raggiungere con Google (compresi gli oggetti personali persi in giro per casa…); che quando sentono la pubblicità di un film appena uscito nelle sale, pretendono immediatamente che qualcuno glielo scarichi dalla rete; che si riempiono i loro ipod e cellulari di brani musicali tratti dai video dei loro idoli visti su youtube…
Ma sto dicendo cose ovvie, con cui non pretendo di suscitare alcuna meraviglia.
Diversi decenni fa la compilation del mio DJ preferito, la compravo per ri-suonarla nelle feste a casa o per metterla a “tottu pompa” negli stereo- estraibili- sottoascellari. La musica sì, anche ai nostri tempi la registravamo sulle cassette e i dischi comprati erano veramente pochi, ma forse allora quest’uso dipendeva dal costo proibitivo di cui per anni ci siamo lamentati.
Quello che mi allarma oggi è invece la diversa percezione che si ha del valore delle cose: tutto disponibile, tutto subito, tutto gratis, tutto di poco conto,tutto senza fatica.
Spero di sbagliarmi, spero infatti che i nostri figli stiano crescendo con valori più profondi dei nostri, che la loro sensibilità possa aiutarli a fare scelte migliori delle nostre, che fra di loro si scambino informazioni ed esperienze veramente utili e che, soprattutto, trovino le loro certezze…
…ma senza pretendere di trovarle su Google !

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L’abito (non) fa il monaco…

Ho appena finito di vedere il film “Il discorso del Re”.
Lo so, è uscito da tanto al cinema, ma ormai arrivo un bel po’ “lungo” alle prime cinematografiche…
Il film, ispirato ad una storia vera, ruota attorno ai problemi di balbuzie del re Giorgio VI ed al rapporto con il logopedista Lionel Logue che lo ha in cura. Non vi voglio tediare con trama e finale del film, ma sono rimasto piacevolmente colpito da una situazione sulla quale voglio riflettere.
Ad un certo punto della “cura” il Re scopre che il suo terapista Lionel non è un vero medico, ma un attore fallito e lo affronta; Lionel risponde di non averlo mai tratto in inganno, non ha mai vantato lauree o titoli accademici, ma si è dichiarato solo un “esperto in terapia del linguaggio”. La sua, è un’esperienza acquista sul campo con anni di lavoro, tra cui quello svolto subito dopo la Grande Guerra con i soldati che, per i gravi danni subiti, presentavano problemi del linguaggio.
Il Re, dunque, liquida coloro che lo avevano messo in guardia contro di lui e concede nuovamente fiducia a Lionel che poi avrà modo di dimostrare che il suo era una buon operare.
Ecco qua un bel caso in cui titoli accademici, sigle, giacca e cravatta, crollano di fronte alle capacità ed alle esperienze acquisite, le quali – invece – dimostrano come, per affrontare e risolvere un problema, ci si possa/debba anche rivolgere a chi, sul campo, ha investito il proprio tempo a conoscere e capire, anche senza, necessariamente, possedere un titolo ufficializzato.
Con tutto ciò non voglio dire che non sia utile e fondamentale un adeguato percorso di studi per raggiungere l’eccellenza in una disciplina, a patto, però, che ciò rappresenti solo la base per una buona crescita.
Spesso, infatti, mi sono trovato di fronte a qualcuno che preferiva rivolgersi a chi ostentava il titolo di Dott./Ing./Avv. o a chi portava un abito con colletto chiuso e cravatta; come se ciò potesse rassicurarlo maggiormente rispetto a chi, con semplicità e praticità, senza mascherarsi dietro forme accreditate dai più, dimostrava di potergli risolvere il problema.
L’abito e il titolo fanno, dunque, il monaco, così pare, ma provare ad affrancarcene un pochino… no ???

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