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Mi piacerebbe…

24 febbraio 2012

Stavo ascoltando un telegiornale e sono rimasto colpito da un’intervista fatta ad un esponente politico americano che denunciava una situazione, ormai cronicizzata, in cui versa il Parlamento Americano vittima del potere delle lobby. Praticamente le lobby, che rappresentano solo il 2% del paese, condizionano l’80% delle leggi e dell’attività del Parlamento. In buona sostanza, il 2% controlla tutto!!!
Cosi i miei pensieri sono passati da un paese ad un altro: il nostro, dove le piccole e medie imprese compongono il 95% del tessuto produttivo italiano, senza avere voce e forza per guidare chi ci governa, mentre il 5%, rappresentato dalla grande industria, controlla e governa le scelte e le decisioni in termini di politica economica del paese.
Non voglio parlare di politica; anzi mi piacerebbe, moltissimo, che si potesse vivere in un paese, in una regione, in una città dove, per lavorare, non fosse necessario occuparsene né, addirittura, fosse indispensabile conoscere, anche personalmente, presidenti, consiglieri, assessori, dirigenti, funzionari politici di qualsiasi colore.
Mi piacerebbe vivere dove, l’unica possibilità, non fosse rappresentata da gare o bandi regionali, comunali e provinciali, ma – al contrario- dove ci fosse un tessuto primario e secondario funzionale alle caratteristiche del territorio, coerente con le possibilità di sviluppo e che, naturalmente, richiedesse beni e servizi propri del terziario.
Mi piacerebbe lavorare in un sistema semplice, fatto di domanda e offerta, dove le leggi fossero quelle del libero mercato e del libero scambio; un sistema dove, se proponi un bene o un servizio, questi possano essere acquistati in virtù di reali bisogni e necessità.
Mi piacerebbe, soprattutto, che tutto il tessuto imprenditoriale (quel poco che c’è ancora) si sostenesse con le proprie forze e non dipendesse, come invece fa, dalle forze politiche e dalle sue leggi di incentivazione.
Un mio amico bresciano, che fa un lavoro simile al mio, un giorno mi ha detto: “…ma lo sai che io non so nemmeno come si chiami il Sindaco della mia città…?”.
Ecco! Mi piacerebbe che il Sindaco della mia città, con tutto il rispetto, fosse anche a me sconosciuto.

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Chi può fare…faccia.

17 febbraio 2012

Un amico che commercializza ed installa complementi d’arredo per esterni, mi raccontava che due suoi clienti, dopo una trattativa durata molti mesi, raggiunto un accordo per l’installazione di quanto richiesto, al momento della firma del contratto e con il metro in mano, gli hanno detto senza remora alcuna: “veramente ci abbiamo ripensato, non siamo sicuri di poterlo fare, ci dispiace…”.
Ho sempre pensato che i segnali deboli, rispetto a quelli forti, siano da tenere maggiormente in considerazione e che, la loro lettura, consenta di tastare la temperatura di un particolare momento ed in questo caso ho percepito, con molta chiarezza, che nelle decisioni dei due clienti del mio amico ci fosse una certa paura nel futuro , una sfiducia nel sistema economico che potrebbe cambiare ogni eventuale scelta fatta oggi, in un flop di domani.
Però mi chiedo se questa sia la soluzione corretta, se la chiusura della borsa (quella della spesa, perché dell’altra non ne sono competente anche se ne auspico una sana e radicale ristrutturazione) possa risolvere il problema o, peggio, possa accelerarlo nella sua degenerazione.
Siamo stati cresciuti in un periodo in cui si comprava qualcosa solo se era necessario e se ce lo potevamo permettere; erano lontani dai nostri modi abituali, utilizzare pagamenti rateali o finanziarie, per sostenere spese voluttuarie di ogni genere. Credo che quei tempi fossero più sani sotto tutti i punti di vista, mentre ora, a causa forse dell’eccessiva famelicità dei grossi gruppi finanziari e delle multinazionali, si è ormai consumato tutto il consumabile.
Sicuramente un eccessivo carico di fiducia nel nostro sistema economico non sarà la strada più giusta, esagerare nell’ottimismo servirà a poco, ma credo anche che un eccessivo carico di sfiducia, la paura di fare, soprattutto per chi “può” fare, sia un atteggiamento che potrebbe portare, molto più velocemente, ad una crisi nella crisi.

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A proposito dei “buoni padri di famiglia”…

10 febbraio 2012

Oggi non sono di buon umore. Forse non lo sono da un bel po’; sicuramente da quando mi sono reso conto che il motivo per cui ci troviamo, ora, nella situazione che noi tutti conosciamo, è causato anche dalla mancanza di decisione.
Prendere decisioni sta alla base della nostra vita ed è un processo che avviene in ogni contesto ed ogni giorno: si prendono decisioni in famiglia, nel luogo di lavoro, nello svolgimento di uno sport, di un hobby, ed ovviamente le decisioni possono essere giuste o sbagliate.
Ma oggi ho preso atto che il problema non è determinato dal decidere in modo giusto o sbagliato, ma dal non decidere.
Moltissime “cose” sono ferme, bloccate, scadute, non solo per la totale mancanza di presa d’atto da parte di chi ha il potere di gestirle, ma soprattutto per l’inerzia di chi potrebbe farle “muovere” e, volutamente, le lascia ferme.
E cosi, in questo sistema, tantissime iniziative avviate muoiono, e quella da avviare non nascono neppure; ma la cosa più sconfortante e triste sta nel non aver previsto punizioni per comportamenti così deleteri.
Mi ricordo che il codice civile in diversi articoli, nel promuovere la buona condotta da tenere nella gestione dei beni propri ed altrui, utilizza la metafora “con la diligenza del buon padre di famiglia”, proprio al fine di esprimere come gestire e salvaguardare, nel migliore dei modi, i propri interessi e quelli altrui.
Non sono di buon umore perché ogni giorno vedo comportamenti, o non ne vedo, che bloccano il sistema, rendendolo sempre più lento, più ricattabile, più farraginoso,in una parola sola: sempre meno libero!
Ecco! Abbiamo bisogno di “buoni padri di famiglia”, ovunque, non solo nelle nostre case, per provare a uscire da questo torpore, da questa situazione dove nessuno è responsabile di nulla nel far di tutto per lasciare tutto fermo, facendo scorrere le cose per la loro direzione che, spesso, non è quella giusta.

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Ho fatto un sogno…

3 febbraio 2012

Prima di prendere l’aereo per visitare la prima fiera (vedi Movidi di venerdi scorso) di quest’anno, ho fatto un sogno: stavo leggendo su internet una serie di bandi di gara regionali, provinciali e comunali per partecipare ad altrettante attività di comunicazione.

L’’ideazione di una campagna pubblicitaria per l’immagine della Sardegna, la realizzazione di un canale video per la promozione delle risorse culturali e turistiche del nostro territorio, la progettazione di un logo per i prodotti di qualità del settore enograstronomico, lo studio di un portale internet per la promozione degli eventi in Sardegna…

Per tutti questi bandi, erano stanziati parecchi fondi, centinaia di migliaia di euro, in alcuni casi anche milioni, e per tutti era necessario, come condizione, l’aver fatturato, negli ultimi tre anni, un importo pari a tre volte la base d’asta…

Chissà quante poche Società Sarde avranno questi requisiti, chissà quante società nazionali ed europee si precipiteranno per accaparrarsi queste “piccole” fette di torta, appena sufficienti per calmare i loro grassi e grossi stomaci affamati…
E’ successo, succede e continuerà a succedere.

Ma il sogno aveva una lieta sorpresa!
Da quest’anno, il 2012, anno in cui accreditate civiltà del passato prevedono la fine del mondo, incomincerà una nuova era per ogni gara bandita dalla nostra terra con Statuto Autonomo.
Sarà pertanto riservata, per ogni gara vinta da aziende non sarde, una quota di lavoro destinata ad Aziende Sarde operanti su territorio. Sempre.

Perché del resto è giusto che, nel momento in cui si utilizzano risorse locali, queste debbano essere re-distribuite localmente, come è pure giusto che anche le nostre aziende siano coinvolte nella realizzazione di prodotti e servizi per le quali non sono seconde a nessuno; e sarebbe ancora più giusto che, ogni tanto, ci comportassimo finalmente in modo da proteggerci da invasioni poco gradite.

Ma per la Comunità Europea questo non è giusto, infatti non si può garantire ad un solo tipo di soggetto (la società appartenente al territorio), una parte della gara.
Bisogna garantire la pluralità della partecipazione. O, per lo meno, così mi sembra che sia.

Ecco perché era solo un sogno, e tale rimarrà!!!

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Fiera…Fieri.

27 gennaio 2012

Sto rientrando dall’ennesima fiera e, come visitatore, è più di vent’anni che partecipo a questi “concentrati” di aziende e marchi !
Mentre facevo la pausa per un panino, guardavo gli stand dall’alto della balconata, una visione privilegiata per capire come fossero realizzati e ordinati, su mappe di forme regolari di varie dimensioni.
Inutile raccontarvi con quale cura e soluzioni creative siano realizzati, con quale precisione i cavi elettrici siano nascosti alla vista e con quale attenzione siano posti in sicurezza, quali giochi di luce i fari combinino con i pannelli ed i teli tralucenti, come le strutture portanti vengano elegantemente nascoste da coperture milleusi.
La pausa relax del visitatore, stanco per definizione, viene curata da una ristorazione completa e ben distribuita con i servizi igienici sempre puliti ed efficienti, e gli espositori possono lavorare con tutta la tranquillità necessaria e soprattutto con una rete wireless ben coperta ed efficiente.
Visitare una fiera, nonostante sulla rete si possa trovare tutto, è ancora un fatto fondamentale per ogni tipo di attività, perché vedere, toccare, provare, parlare, confrontarsi, sono tutte esperienze che aiutano a capire ed immaginare ciò che nessun sito internet potrà mai permetterci.
Ed oggi che le idee, le tradizioni ed i luoghi rimangono le poche risorse economiche non riproducibili low cost, un appuntamento per vederle e viverle da vicino è l’unico modo indiscutibilmente efficace per conoscerle ed apprezzarle.
Così non ho potuto fare a meno di pensare alle nostre fiere, poichè spesso mi è capitato, purtroppo, di parteciparvi come espositore…
E mi son sempre chiesto se chi sta sulla “plancia di comando”, ed ha il meraviglioso potere di cambiare le cose, ne abbia mai visitato una come le numerose presenti in Italia ed in Europa; perché, credetemi, se l’avesse fatto, non potrebbe sopportare le condizioni in cui osano proporsi le nostre.

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La chiavetta USB…

20 gennaio 2012

Ad un incontro di lavoro, due giovanissimi clienti mi hanno raccontato che, durante una festa in discoteca (under 18) con un noto DJ del luogo, un ragazzo, colpito piacevolmente dalla selezione musicale proposta, si è avvicinato alla consolle ed ha sguainato la sua chiavetta USB dicendo “ehi, bella musica questa che stai mettendo! Non è che mi ci riempi la chiavetta ?”.
Tralasciando la risposta fin troppo educata del DJ, che ha comunque glissato continuando a fare il suo lavoro, il concetto che subito mi è saltato addosso e che ho ribaltato ai miei due interlocutori è stato proprio quello del “tutto gratis”.
Ho portato loro l’esempio di come stiano crescendo i nostri figli, immersi in un mondo dove si può trovare ed avere tutto, convinti che qualsiasi cosa si possa cercare e raggiungere con Google (compresi gli oggetti personali persi in giro per casa…); che quando sentono la pubblicità di un film appena uscito nelle sale, pretendono immediatamente che qualcuno glielo scarichi dalla rete; che si riempiono i loro ipod e cellulari di brani musicali tratti dai video dei loro idoli visti su youtube…
Ma sto dicendo cose ovvie, con cui non pretendo di suscitare alcuna meraviglia.
Diversi decenni fa la compilation del mio DJ preferito, la compravo per ri-suonarla nelle feste a casa o per metterla a “tottu pompa” negli stereo- estraibili- sottoascellari. La musica sì, anche ai nostri tempi la registravamo sulle cassette e i dischi comprati erano veramente pochi, ma forse allora quest’uso dipendeva dal costo proibitivo di cui per anni ci siamo lamentati.
Quello che mi allarma oggi è invece la diversa percezione che si ha del valore delle cose: tutto disponibile, tutto subito, tutto gratis, tutto di poco conto,tutto senza fatica.
Spero di sbagliarmi, spero infatti che i nostri figli stiano crescendo con valori più profondi dei nostri, che la loro sensibilità possa aiutarli a fare scelte migliori delle nostre, che fra di loro si scambino informazioni ed esperienze veramente utili e che, soprattutto, trovino le loro certezze…
…ma senza pretendere di trovarle su Google !

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L’abito (non) fa il monaco…

13 gennaio 2012

Ho appena finito di vedere il film “Il discorso del Re”.
Lo so, è uscito da tanto al cinema, ma ormai arrivo un bel po’ “lungo” alle prime cinematografiche…
Il film, ispirato ad una storia vera, ruota attorno ai problemi di balbuzie del re Giorgio VI ed al rapporto con il logopedista Lionel Logue che lo ha in cura. Non vi voglio tediare con trama e finale del film, ma sono rimasto piacevolmente colpito da una situazione sulla quale voglio riflettere.
Ad un certo punto della “cura” il Re scopre che il suo terapista Lionel non è un vero medico, ma un attore fallito e lo affronta; Lionel risponde di non averlo mai tratto in inganno, non ha mai vantato lauree o titoli accademici, ma si è dichiarato solo un “esperto in terapia del linguaggio”. La sua, è un’esperienza acquista sul campo con anni di lavoro, tra cui quello svolto subito dopo la Grande Guerra con i soldati che, per i gravi danni subiti, presentavano problemi del linguaggio.
Il Re, dunque, liquida coloro che lo avevano messo in guardia contro di lui e concede nuovamente fiducia a Lionel che poi avrà modo di dimostrare che il suo era una buon operare.
Ecco qua un bel caso in cui titoli accademici, sigle, giacca e cravatta, crollano di fronte alle capacità ed alle esperienze acquisite, le quali – invece – dimostrano come, per affrontare e risolvere un problema, ci si possa/debba anche rivolgere a chi, sul campo, ha investito il proprio tempo a conoscere e capire, anche senza, necessariamente, possedere un titolo ufficializzato.
Con tutto ciò non voglio dire che non sia utile e fondamentale un adeguato percorso di studi per raggiungere l’eccellenza in una disciplina, a patto, però, che ciò rappresenti solo la base per una buona crescita.
Spesso, infatti, mi sono trovato di fronte a qualcuno che preferiva rivolgersi a chi ostentava il titolo di Dott./Ing./Avv. o a chi portava un abito con colletto chiuso e cravatta; come se ciò potesse rassicurarlo maggiormente rispetto a chi, con semplicità e praticità, senza mascherarsi dietro forme accreditate dai più, dimostrava di potergli risolvere il problema.
L’abito e il titolo fanno, dunque, il monaco, così pare, ma provare ad affrancarcene un pochino… no ???

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Un colpo alla creatività ed uno alla fantasia…

6 gennaio 2012

Questa la devo proprio raccontare, purtroppo non posso fare nomi o descrivere troppo precisamente le circostanze; siamo in un sistema “in crisi” ci manca solo di farsi terra bruciata intorno: sono sicuro che capirete.
Negli scaffali del mio ufficio raccolgo decine e decine di cartelle contenenti proposte, idee e progetti, sottoposti in vari momenti a numerosi soggetti pubblici o privati nel corso di circa vent’anni di attività. Tanti come noi si trovano a fare proposte progettuali a volte in occasione di bandi o concorsi pubblici, spesso durante il normale rapporto di lavoro con le aziende private.
Recentemente, dopo averlo studiato e pensato per parecchio tempo, ho presentato un prodotto/soluzione che sul mercato non era stato ancora proposto: l’idea in se non aveva particolari caratteristiche di innovazione tecnica, ma era un “contenitore” di diversi prodotti che finora non era stato mai offerto e che oltretutto non poteva essere codificato come prodotto in se od essere messo in concorrenza con altri. Praticamente qualcosa che sicuramente nel vederla i miei concorrenti avranno pensato “accidenti, perché non ci ho pensato prima !…”
Cosi ho cominciato a proporla a organizzazioni pubbliche e private, confidando in una risposta positiva soprattutto perché potenzialmente avrebbe potuto svilupparsi nel tempo e nel territorio. Approdo cosi in un ente pubblico, uno dei tanti, che avrebbe potuto trarne dei vantaggi immediati, un modo di presentarsi nuovo, pulito, efficace con un investimento piccolo nei numeri, ma grande nella sostanza e decisamente impattante come immagine. La risposta è stata “bellissimo, ci piace molto, ma siccome siamo un ente pubblico dobbiamo fare una gara per ogni proposta che ci perviene, quindi dobbiamo chiedere ad altri vostri concorrenti di presentarci un’offerta per la vostra proposta…” No comment.
Ora, in un paese civile, con regole semplici, chiare, con il giusto livello di burocrazia, ma soprattutto con un briciolo di buon senso e la reale volontà di competere tutto ciò non accadrebbe. Invece siamo intrappolati nelle nostre pseudo tutele, pseudo privacy, pseudo gare che tutto fanno fuorchè garantire realmente a chi ha idee, capacità e buona volontà di poter fare il proprio lavoro e crescere realmente in un sistema produttivo bloccato.
Tutto qui. Insieme alla voglia di non averne più voglia.

Usiamo bene il termine Responsabilità

30 dicembre 2011

Desideravo da tempo parlare di questo argomento, soprattutto in questi ultimi mesi in cui ho sentito troppe volte abusare della frase “…dovranno assumersene tutta la responsabilità…” soprattutto negli ambienti politici che purtroppo, o per fortuna, conosco assai poco.
Allora, curioso come sono, sono andato a cercare su Wikipedia il significato di questa parola ricordando ovviamente gli altri usi che ci sono più familiari e di cui sono certo che tanti conoscano il significato: responsabilità giuridica (con le sottocategorie), responsabilità morale e responsabilità amministrativa. Wiki prevedeva anche la voce “responsabilità politica”, ma ahimè la sezione è tristemente vuota; con la preghiera di aiuto per scriverla! Credo che anche Wiki abbia sentito l’esigenza di inserire la voce poiché grassamente utilizzata, ma sicuramente ha trovato difficoltà a darne significato… un po’ quello che ci succede quando, con semplicità, ci chiediamo “ma in che modo, costoro, si assumeranno una qualche responsabilità ???”
Chiusa parentesi “politica”.
Un piccolo aneddoto: mentre mi trovavo sul “campo” a svolgere un lavoro, un mio esuberante collaboratore ha deciso di intraprendere delle azioni e dei comportamenti che sono stati immediatamente da me censurati e, contemporaneamente, dal mio cliente, e che stavano per compromettere la buona riuscita della commessa, sia in termini economici sia in quelli più specificamente relazionali. Ai miei rimproveri, con incremento del tono e della sostanza dei termini, per tutta risposta ho ricevuto dal mio collaboratore una frase a me familiare: “me ne assumo tutte le responsabilità” Perplesso gli ho chiesto cosa intendesse con questa sua affermazione, se si rendesse conto del suo significato e, soprattutto, nel caso in cui avessimo perso il lavoro con tutte le relative conseguenze legali, se fosse disposto a rifondere la nostra società del danno che avrebbe arrecato il suo comportamento.
Lui, per tutta risposta, mi ha replicato che i suoi comportamenti erano affare suo ma che non intendeva, assolutamente, rispondere economicamente per qualsiasi problema generato.
Ecco! Quando usiamo, soprattutto rivolgendoci agli altri, la frase “me ne assumo le responsabilità”, cerchiamo di assumercene, quanto meno, la responsabilità del significato.

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Sponsorizzazioni

23 dicembre 2011

Il termine “sponsorizzazione” deriva dal latino “sponsor” garante, manlevatore, ovvero dal verbo “spandere” promettere solennemente, e significa promuovere finanziariamente un evento, un’attività, una persona o un’organizzazione, oppure sostenere attraverso la fornitura di prodotti o servizi. (grazie Wikipedia !)
E’ necessario non solo ricordarsi l’origine del termine ma, soprattutto, il motivo per il quale -in epoche antiche- si mossero risorse finanziarie verso il sostegno artistico prima, Mecenatismo, sportivo poi, e riflettere su quali siano oggi gli stessi motivi per i quali, soprattutto in piccolo, si cerchi il sostegno per ogni tipo di iniziativa. Forse non ci facciamo più caso, ma tutte le scritte ed i marchi che vengono stampate nelle tute degli sportivi, nelle macchine e nelle moto da corsa, nei cartelloni lungo i campi sportivi, rappresentano il rapporto che si genera tra lo “sponsor” e lo “sponsorizzato”; per lo “sponsor” le finalità sono legate alla visibilità presunta o reale della propria immagine, per lo “sponsorizzato” è sufficiente avere l’attrezzatura o i fondi necessari per svolgere l’attività. Molte volte ho assistito in prima persona alla ricerca e richiesta di “sponsorizzazione” per eventi culturali, organizzazioni sportive, etc… ma, raramente, ho potuto constatare da parte degli “sponsorizzati”- che senza l’intervento dello “sponsor” non avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo agognato- alcuna forma di riconoscenza, anzi, una volta raggiunto lo scopo, ho visto -gli stessi- dimenticarsi totalmente di chi gli aveva reso possibile la realizzazione dei propri obbiettivi. Se mettiamo da parte, per un attimo, le dinamiche dei grandi marchi e quelle delle multinazionali, e proviamo a pensare ai sacrifici di un piccolo sponsor ,onesto e dignitoso, ed al suo impegno economico, credo che la cosa più importante per lui sarebbe la gratitudine, quel riconoscimento che magari potrebbe essere trasferito da un virtuoso passa-parola tra tutti coloro che ne traggono vantaggi e tra chi ne potrebbe avere di nuovi. Sarebbe bello, finalmente, assistere ad una nuova forma di rapporto tra sponsor e sponsorizzato: ti sostengo per sostenerci vicendevolmente! Magari un marchio su una maglietta avrebbe certamente più senso !

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